Islanda – Vince la natura

Jokulsarlòn Mi sono innamorato dell’Islanda, quando, ormai diversi anni fa, un amico e collega mi ha fatto vedere il trailer di Heima, il film-documentario che documenta la tournée “casalinga” dei Sigur Ròs. Il gruppo post-rock di Reykjavik, nell’estate del 2006, ha portato la sua musica – liquida e inquieta -in giro per l’isola, ambientando numerosi concerti nelle location meno scontate, nelle valli, sulle colline, in isolati casolari, nei parchi urbani; circondati da cascate, torrenti, spettrali paesaggi lunari, rocce nere; sovrastati da cieli tumultuosi, minacciosi, in movimento. Ambientazioni popolate da giovani, anziani, biondissimi bambini che, tragicamente illuminati dai deboli raggi di un sole usurpato, davano l’idea di un’indotta, quasi inevitabile, serenità. Una pace dovuta, costretta da una natura dominante.

La luce, ammaliante anche quando piatta, pervasa di densa malinconia, è l’elemento che mi ha fatto innamorate, esteticamente, di quella terra nordica. Ho deciso di esplorarla, di andarla a vedere con i miei occhi. E finalmente l’ho fatto.

Non c’è che dire. Heima raccontava la verità. La sua raffinata estetica ben rendeva l’assoluta e indiscutibile bellezza di una terra dove la natura è protagonista indiscussa, e dove l’uomo non ha saputo/potuto/voluto esserne antagonista. Eccezion fatta per Reykjavik e il suo immediato hinterland, l’Islanda appare, agli occhi di un Italiano della Pianura Padana, pressoché deserta. La seconda città, Akureyri, non arriva ai 18mila abitanti. I paesotti che si incontrano percorrendo la ring-road raramente raggiungono il centinaio di residenti. Avventurarsi nell’entroterra significa non incontrare una casa, una macchina, un qualsiasi segnale di vita umana per chilometri e chilometri. Gli alberi sono una rarità: l’unico vero bosco (di betulle nane) che ho incontrato in 15 giorni di spostamenti era ben riparato dal maestoso canyon di Asbyrgi.

A raccontarla così, l’Islanda potrebbe dare l’idea di essere una terra monotona, insulsa, poco interessante. E invece, le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Bastano pochi chilometri di marcia per trovarsi in un ambiente dai colori e dalle forme completamente diversi dal precedente; cascate, rigagnoli, fiumiciattoli, piccole paludi tratteggiano e pennellano il paesaggio; colonne di vapore si alzano dalle molte zone geotermiche e si stagliano su cieli che continuano a trasformarsi; pietre, sabbie, muschi e licheni assumono via via i colori meno scontati: brillano alla luce del sole, diventano presenze inquietanti sotto il cielo minaccioso.

E poi, con la giusta cadenza, arrivano veri e propri spettacoli della natura: le potenti, schiumose, veementi cascate di Gullfoss e Dettifoss; le variopinte solfatare di Hverir e la fumante Hveravellir; le nere sterminate colate di lava di Krafla; l’azzurrino del lago di Askja immerso nel cupo paesaggio vulcanico ricoperto di basse nubi; le inquietanti scogliere di Vik; i candidi ghiaccioli arenati sulla spiaggia nera di Jokulsarlòn; i colori fluò del Lago Brutto, nella spettacolare regione del Landmanallaugar; gli arcobaleni che pennellano cieli turbolenti e si posano, indistintamente, su verdissime distese muschiose o su tetre lande lunari. Il clima instabile attribuisce via via nuovi significati e percezioni ad un paesaggio che può trasformarsi, nel giro di pochi minuti, da cupo e tetro a splendente e radioso.

Se godere di una spettacolare e totalizzante natura, in Islanda, è pressoché automatico, più difficile è entrare in contatto con gli islandesi. Più che altro per il fatto che sono davvero pochi, e che esplorare l’Islanda significa allontanarsi da quei pochissimi insediamenti urbani che la punteggiano. In due settimane di viaggio e quai 3mila chilometri percorsi, c’è stata una sola vera occasione per mescolarsi agli islandesi. E’ capitato a Modrudallur, Islanda Nord-orientale, piccolissimo paesino (una ventina di abitanti!) e centro di sosta per i pochi turisti. Fortunosamente, siamo incappati nella tradizionale festa d’estate, che ogni anno richiama dai dintorni (un raggio di 300 chilometri) centinaia di persone. Dopo le attività per i bambini nel pomeriggio e una cena a base di agnello (arrosto e affumicato) e patate, l’apice della festa si è raggiunto con il concerto serale: musica folk cantata e suonata dal vivo nella stalla che in inverno ospita le lanose pecore che si incontrano in ogni dove nella campagna islandese. Una stalla gremita di locali che cantavano e ballavano motivi a noi sconosciuti e incomprensibili con l’entusiasmo che affiora nelle grandi occasioni. Perché un concerto di quelle dimensioni, fuori da Rejkyavik, è tutt’altro che la normalità. E poi, danze, birra (tanta) e falò fino all’alba. Una notte per indagare un popolo che sembra fiero del proprio stile di vita, per conoscere uomini e donne che sembrano aver imparato (o non aver mai dimenticato) a vivere in sintonia con la natura e sfruttarne al meglio la potenza, facendo i conti con condizioni ambientali e climatiche che possono spaventare o, in alternativa, diventare le regolatrici di uno stile di vita che con esse deve per forza fare i conti. Uomini e donne che, questo è certo, mai ho sentito lamentarsi della propria condizione, del proprio Paese, delle bizze della terra e del cielo, della propria vita.

Guarda le mie foto nell’album “L’Islanda a colori”.

Dimitri

Annunci