Quo vadis, Cuba?

Quo vadis, Cuba? – guarda le mie foto

quo vadisFebbraio 2013 – “Ma sarò davvero a Cuba?” – viene da chiedersi. La bandiera britannica svolazza dal bici‐taxi che scorrazza per le semideserte vie di Remedios, è stampata sulle magliette di centinaia di ragazzi che affollano il centro di Camaguey; è impressa sulle scarpe e sui borselli dei giovani havaneros che affollano il Malecòn. È proprio così: la tendenza più diffusa tra la gioventù cubana è indossare i colori ufficiali dell’amico numero uno del nemico numero uno del Paese. Durante le prime fasi del mio ultimo viaggio, che mi ha portato a girare tutta l’isola, avevo notato questa bizzarra presenza della Union Jack, ma l’avevo attribuita a qualche singola manifestazione di stravaganza e personale dissenso. Fino a quando è stato Conrado, il colto e acuto proprietario della libreria la Escalera di Santiago, a parlarmene come di un’incomprensibile voga giovanile. “Perché proprio la bandiera britannica? Perché la bandiera del principale alleato degli States, i vostri acerrimi nemici?” ‐ gli chiedo. “Moda!” – risponde sconsolato. “Pensa che solo qualche anno fa, tra i giovani uomini di colore di Santiago si era diffusa l’abitudine di cospargersi il collo di talco, e così di andarsene in giro nella vita di tutti i giorni. Erano ridicoli. Io lo dicevo a tutti. Ma non c’era verso di farglielo intendere. Schiavi della moda”.
Accade anche nell’isolata, nella disciplinata, nell’anticonsumista Cuba: la moda è più forte della propaganda, più forte della storia, della politica, dell’orgoglio nazionale. Ma quale valore attribuire alla forza che la moda esercita sulla gioventù cubana, innescando uno stridente conflitto con l’ideologia? Fisiologica contestazione giovanile? Vuota estetica disimpegnata? O possiamo leggere i sintomi di una disgregazione culturale pronta a trasformarsi in tracollo?
L’esperimento cubano dura ormai da 54 anni. Il lìder màximo è sopravvissuto a 10 presidenti degli Stati Uniti, a 5 papi e a quattordici edizioni dei giochi olimpici. Da più di mezzo secolo la piccola isola caraibica (che poi tanto piccola non è, se si considera che si estende, da ovest a est, per 1.200 chilometri, quanto la distanza che separa Aosta da Lecce) ha sposato la rivoluzione castrista e, ad oggi, non ha mai dato segni troppo evidenti di volersela scrollare di dosso. Il
dissenso, infatti, arriva soprattutto da fuori. Da quello sparuto gruppo di dissidenti rintanatosi in Florida, che non si dà pace per le immense ricchezze che la rivoluzione gli ha requisito all’indomani della vittoria. Ciò non significa che a Cuba siano tutti felici. I problemi ci sono, sono evidenti, e, nonostante la paura di essere intercettati dai servizi segreti, c’è chi ne parla apertamente. Il più sentito è, senza dubbio, quello della mancanza delle libertà civili. A Cuba non è permesso criticare o contestare apertamente l’operato del governo; gli organi di stampa sono tutti in mano allo stato, non esistono partiti diversi da quello comunista, non è permesso radunarsi al di fuori dei (moltissimi) luoghi assegnati dall’autorità. A Cuba il Socialismo non è in discussione, e ogni spunto che diverga da questo fine è stroncato sul nascere. Ma quel che più pesa ai Cubani è l’impossibilità di viaggiare, di vedere il resto del mondo, che arriva sull’isola sotto forma di pellicole cinematografiche, oltre che di sciami di turisti.
A gennaio una legge varata da Raul Castro ha concesso al popolo cubano la possibilità di espatriare per un periodo massimo di due anni. La maggior parte dei cubani non se lo possono permettere, ma c’è chi lo ha già cominciato a fare. Javier, 25 anni, è figlio della proprietaria di una bellissima casa particolar di Trinidad. Il padre lavora in Spagna, a Barcellona, e appena il governo gli ha concesso il visto, lo è andato a trovare. “Non vorrei mai essere al suo posto – confessa sbarrando gli occhi – Certo, guadagna più che a Cuba, ma lavora come un cane! L’ho visto con i miei occhi: non c’è giorno di riposo, non ha praticamente vita sociale”. Javier fa una vita agiata: l’attività di mamma gli permette un tenore più alto della media. Studia a Santa Clara, la città più sviluppata dell’Isola, la città che fu liberata dal Che, dove campeggia maestoso il monumento dedicato alla sua memoria. L’università è gratuita per tutti i cubani: niente retta d’iscrizione, vitto e alloggio sono gratis, così come i libri di testo. Chi vuol studiare lo può fare: accesso garantito al 100% dei giovani, alfabetizzazione nazionale al 100%. Ma, racconta Javier, “se ti accontenti di quel che ti passa gratuitamente lo Stato mangi cibo schifoso, dormi in catapecchie, studi su libri vecchissimi e malridotti. La vera forza dell’università cubana sono gli insegnanti: preparatissimi, motivati”.
L’esempio dell’università serve a descrivere una condizione diffusissima a Cuba. L’impressione è che nessuno sia abbandonato a se stesso, nessuno muoia di fame, che tutti possano contare su un tessuto sociale fortemente solidale e su uno stato onnipresente. A Cuba, quel che manca (materialmente parlando) è tutto il resto, tutto il superfluo. Enormi magazzini semivuoti espongono una varietà di merce che, paragonata alla gamma a cui siamo abituati in Europa, fa sorridere. Spaziosissime vetrine mettono in mostra rari esemplari di beni di prima necessità di cui c’è un bisogno effettivo. L’embargo statunitense puntava a sfiancare la popolazione, e a convincerla della scelleratezza del sistema comunista. Fino ad ora non ci è riuscito. A lamentarsi della povertà sono soprattutto i cubani che stanno meglio. Nella provincia della capitale il governo riversa la stragrande maggioranza degli
investimenti per il turismo e l’industria. Il tenore di vita è evidentemente superiore al resto del Paese. Eppure, è dove circola più denaro, dove approdano i turisti, dove si crea lo show business, dove il divario tra quartieri bene e sobborghi diventa incolmabile, che si percepisce la maggiore insoddisfazione. I contadini, gli abitanti della campagna, o quelli della provincia, sono piuttosto unanimi nel giudizio: campare non è semplice, ma l’essenziale non manca. Da mangiare ce n’è per tutti, la criminalità è quasi inesistente, la sanità funziona e la scuola sforna una gioventù sveglia, serena e preparata.
Di un altro fiore all’occhiello vanno fieri soprattutto i più anziani: a Cuba si consuma solo quanto si è in grado di produrre. Il bloqueo ha costretto il governo castrista a introdurre alcune pratiche produttive di assoluta avanguardia a livello mondiale: è l’unico Paese ad aver iniziato il grande passaggio da un’agricoltura convenzionale al metodo conosciuto come “low‐input” (agricoltura a basso impatto ambientale); il biologico, che in Europa e negli USA è un vezzo da snob, è un’esigenza; la medicina naturale rimpiazza la mancanza delle componenti chimiche per produrre i medicinali industriali (eppure il popolo cubano è tra i più longevi al mondo con una speranza di vita media di 78 anni circa).
Una ricerca del Global Footprint Network, ripresa dal settimanale britannico New Scientist, ha messo a confronto le condizioni di vita di 93 Paesi con la loro “impronta ecologica”. Gli scienziati hanno calcolano che servirebbero cinque pianeti come la Terra se tutta la popolazione mondiale vivesse sugli standard statunitensi. Sul fronte opposto, i Paesi dell’Africa, dell’America Latina e di buona parte dell’Asia consumano le risorse della Terra in proporzione sostenibile, ma gli standard di vita sono troppo bassi. Secondo i ricercatori, l’unica nazione dove sviluppo e sostenibilità sembrano in equilibrio è, sorprendentemente, la Cuba di Fidel Castro.
Tutto sommato, l’impressione che Cuba dà, è quella di una diffusa pace sociale, di un equilibrio perseguito dall’autorità a colpi di costanti ma graduali concessioni liberali e liberiste. Ma due eventi inevitabili stanno per travolgere l’isola, e con essa l’esperimento politico disallineato più longevo della storia contemporanea. Il primo è l’avvento dei social‐network, il cui effetto dirompente è stato già ampiamente sperimentato nell’Africa mediterranea, oltre che in Medio Oriente. Internet è vietato nelle case cubane. Il web è concesso solo per determinate attività professionali. Ma, illegalmente, ha cominciato a diffondersi. Roy, 35 anni, lavora all’ospedale di Baracoa, piccola cittadina all’estremo est dell’isola, dove si suppone sia sbarcato Cristoforo Colombo credendo di essere approdato alle Indie. Si occupa d’informatica e confessa di approfittare della connessione sul posto di lavoro per connettersi a Facebook e tenersi in contatto con altri amici sparsi per Cuba, ma anche con conterranei emigrati in Europa. Il muro è infranto. I social‐network cominciano a insinuarsi nella vita dei cubani. La vetrina sul mondo si apre, e con essa la possibilità di confronto. Ma, ad amplificarsi, è anche il rischio di essere abbagliati dalle sfolgoranti luci del mercato. L’opulenza risplende. Gli specchietti per le allodole sono disseminati ovunque nel cyberspazio, e le allodole
sono pronte a farsi catturare. Tutto ciò nel momento in cui il Venezuela, principale alleato politico‐economico di Cuba, ha perso il suo carismatico timoniere, rischiando di portare scompiglio nell’intero continente americano.
Il secondo uragano che (più o meno) presto si abbatterà sull’isola, sarà ben più violento di quello che a ottobre ha messo in ginocchio la provincia di Santiago. Il Lìder Màximo non vivrà in eterno. E’ Fidel, con il suo carisma, a fungere ancora da collante di un popolo che, in larga parte, gli è ancora fedele e riconoscente. Da almeno cinque anni lo si dà per moribondo, e invece Fidel torna sistematicamente a farsi vedere in pubblico nelle occasioni che più contano. Malato, invecchiato, raggrinzito, piegato, ma sempre Fidel! Riuscirà il modello cubano a sopravvivere al suo inventore? Che strada prenderà il popolo senza la sua guida? Come si comporterà l’apparato? E lo storico nemico Yankee? Se lo chiede il mondo, se lo chiedono i cubani: quo vadis, Cuba?
Dimitri Feltrin

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