C’ERA UNA VOLTA IN SIRIA

Guarda le foto che ho scattato in Siria nel 2010.

Eravamo un po’ spaesati. Forse anche un po’ spauriti. Quando per la prima volta, il mio compagno di viaggio Sebastiano ed io entrammo a Damasco, fu dolce la sorpresa di ricevere un’accoglienza da amici e non, come ci aspettavamo, da nemici della jihad. Per la verità, non era la mia prima esperienza in Medio Oriente, dove avevo avuto modo di girare in lungo e in largo il Libano, l’Iran e la Turchia. Ma l’attraversamento di una frontiera via terra – incastonata nel nulla, con militari armati fino ai denti ad accoglierti, lunghe code di donne velate e uomini barbuti in attesa di essere sottoposti a controllo – mette sempre una certa dose di (ingiustificata) inquietudine.
Con le dovute difficoltà di comunicazione con il nostro autista, poco ferrato tanto con l’inglese quanto con il francese, riusciamo a farci scaricare nel centro storico di Damasco. Possediamo una mappa abbastanza dettagliata e dobbiamo capire come arrivare all’ostello che ci ospiterà. Nrimbalzo pallone bnon facciamo in tempo ad aprire la cartina che un passante si avvicina a noi offrendoci il suo aiuto. Siamo prevenuti. Da bravi Italiani pensiamo subito che ci debba essere per forza un secondo fine. Ma il sorriso trasparente dell’uomo ci convince a seguirlo: si è offerto di accompagnarci a piedi all’ostello. Per la strada incrociamo un capannello di uomini di sua conoscenza. Festosi, vogliono sapere da dove arriviamo, cosa ci facciamo lì, com’è andato il viaggio… Vogliono offrirci il te. Non passa un minuto che uno di loro entra da una porta affacciata sulla strada e riesce con in mano due sacchetti di caramelle gommose: “tenete, sono per voi, appena fatte”. Era il proprietario del caramellificio da cui arrivava il profumo che avvertivamo in strada. Ci guardiamo sbalorditi. E’ questa l’accoglienza di uno “stato canaglia” nei confronti dell’acerrimo nemico occidentale?!
Raggiungiamo l’ostello in un attimo e veniamo accolti da Sameh, il proprietario. Sameh è un trentenne effeminato con uno spiccatissimo gusto estetico. La tradizionale casa damascena che ha riconvertito a ostello è elegante, affascinante, semplice e ricercata allo stesso tempo. La sera si riempie dei suoi amici. Cuciniamo e ceniamo insieme. Sono giovani, colti, parlano un inglese fluente. Le ragazze non indossano il velo. Non sono in alcun modo distinguibili dalle ragazze europee. Parlano liberamente, e rispondono senza troppe ansie alle nostre domande. Ci raccontano delle loro esperienze nel continente europeo. Troppo pericoloso, raccontano, per le donne: sonno abituate che a Damasco si può girare liberamente di giorno e di notte in ogni quartiere senza mai sentirsi minacciate. Un’ipotetica aggressione, sostengono, richiamerebbe l’intervento dell’intero quartiere: per questo, raccontano, li malintenzionati se ne guardano bene. A Damasco si vive bene, raccontano: si sentono sicuri, tutelati, possono studiare e scegliere di farlo all’estero, possono uscire e divertirsi. Sembrano davvero entusiasti del loro Paese, che li lascia anche relativamente liberi di assecondare i propri gusti sessuali. E Sameh ne è la lampante dimostrazione.
A Damasco camminiamo molto. La giriamo in lungo e in largo. Ci perdiamo tra le viuzze della città vecchia, tra le bancarelle del bazar, tra le strade semi-deserte del quartiere ebraico, tra quelle disseminate di negozi prestigiosi del quartiere cristiano. Ci infiliamo rispettosamente nelle moschee, dove scene di preghiera e di studio dei testi sacri si avvicendano a scene di vita quotidiana. Ci colpisce, in particolare il fermento nel bellissimo cortile della moschea degli Omayyadi. I ragazzini giocano e si rincorrono, qualcuno prega, qualcun altro legge, altri ancora chiacchierano e trascorrono il tempo in compagnia. Il sole splende, i marmi del pavimento riflettono la luce, i mosaici bizantini della facciata del musalla sbarluccicano. C’è un mood particolare, allo stesso tempo inebriante e distensivo. Solo successivamente verremmo a sapere, da una delle amiche di Sameh, sapere che in quello stesso edificio, nato come tempio pagano, per alcuni decenni, in passato, hanno pregato insieme, pacificamente, cristiani e musulmani.
Lungo la strada, ovunque, si scorgono televisori accesi. Tutti, nessuno escluso, sono sintonizzati sui mondiali di calcio. Fuori dalle case, fuori dai negozi, appese alle antenne delle auto, sulle terrazze, sventolano le bandiere delle nazionali impegnate nella competizione. Spopolano Brasile, Germania e Francia. Ma anche la nazionale italiana si ricava una buona fetta di simpatizzanti. Anche la sera, nei locali, maxischermi eretti sulle terrazze scoperte degli edifici narrano multietniche imprese calcistiche. Il tifo degli adulti contagia i più piccoli, che si sfidano in partitelle improvvisate lungo le strette viuzze del centro. Sono belli e rumorosi, se ne fregano delle regole. Si divertono da morire. Litigano. Tento di immortalare la loro contagiosa vivacità.
Sono passati poco più di tre anni. E di quell’atmosfera che ho incontrato in Siria, temo rimanga davvero poco. Voglio tornarci. Voglio vedere se la gente è cambiata. Voglio provare sulla mia pelle i danni irreparabili che provocano i conflitti. Voglio vedere se i bambini giocano ancora a calcio per la strada. Voglio aiutarli a poterlo fare di nuovo.

Annunci