DIARIO SIRIANO/1 – Più della paura, l’impotenza

Non è vera e propria paura. È piuttosto un’ansia diffusa, un peso etereo ma insistente che preme dall’interno del petto, quello che ho percepito nell’attraversare per la prima volta la frontiera turco-siriana, circondato da campi m inati dove i cecchini, ogUna bimba nella "tenda delle vedove" al campo profughi di Bab-al-Salam (Siria).ni tanto, giocano al tiro al bersaglio. E quell’oppressione al petto è amplificata dalla morsa elastica del giubbotto antiproiettile, che ad ogni respiro ti ricorda che la tua vita è, quantomeno, in pericolo.
Ma no, paura no.
Non è stata paura nemmeno quando, rientrati dal villaggio di Azaz al campo profughi di Bab-al-Salam, abbiamo sentito una forte esplosione e visto alzarsi una colonna di fumo grigio, effetto di un barile piovuto dal cielo ed esploso proprio nel villaggio che avevamo appena abbandonato. E’ stata piuttosto una forma di sollievo, quella che mi ha pervaso: “è andata bene anche stavolta!”. Poi abbiamo saputo che il barile non ha fatto vittime.
Certo, sapere di essere del tutto impotente dinnanzi ad un conflitto che non guarda in faccia nessuno, sapere che dal cielo può piovere la “tua” bomba da un momento all’altro, sapere che il rischio di essere rapito è quanto mai reale, sapere che ti trovi nel mezzo di quella cosa che fin da piccolo ti hanno insegnato a percepire come tremenda, come il male di tutti i mali, quella GUERRA che, a studiarla nei libri di scuola, sembra così lontana e così “altra”, è stata una sensazione intensa. Intensa ma non, di per sè, sconvolgente. O almeno, non lo è stato per me, che le esplosioni le ho viste e sentite solo in lontananza.
Sconvolgente è stato, invece, mettersi nei panni di chi gli effetti di quella guerra li sta vivendo in prima persona. Il campo profughi di Bab-al-Salam, in italiano “Porta della Pace”, raccoglie ad oggi poco meno di 10mila sfollati, fuggiti per lo più da Aleppo e dalle regioni limitrofe. Di 10mila sfollati, 7mila sono bambini. Vittime più o meno consapevoli di una guerra civile di cui non conoscono le ragioni, scorrazzano indisturbati tra le tende. Urlano, si rincorrono, giocano, come fanno tutti i bambini del mondo. Spensierati. Poi, con i volontari della Onlus di Treviso Una Mano per un Sorriso – For Children e dell’Ong di Modena Time4Life, accompagnati dal dottor Alì (il medico siriano che si occupa dei malati del campo), entriamo nelle tende dove si trovano le situazioni più difficili. E lì incontriamo il dramma della guerra.
La tenda “delle vedove” potrà misurare 10 metri per 5. Al suo interno almeno 15 donne e un numero incalcolabile di bambini che non hanno più un padre. Sono almeno 50 le persone che condividono la tenda. Che da mesi, in quella tenda in mezzo ad altre centinaia di tende uguali, conducono una vita senza comfort, senza privacy e, a fasi alterne, senza nemmeno lo stretto necessario per sopravvivere. Piccoli ammalati che dormono incuranti del caos che li circonda, materassi ammassati su un lato da distendere sul pavimento all’imbrunire, poche coperte per difendersi dalla morsa del freddo, pentole e pochi viveri raggruppati in un angolo. I bimbi sono rumorosi, eccitati dalla nostra presenza e dai beni di prima necessità che portiamo loro in dono. Le donne sono schive e riservate: temono gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche. Ma quando è ora di assicurare al proprio figlio uno dei sacchi a pelo disponibili, allora dimenticano i precetti religiosi per avventarsi, quasi con ferocia, sull’ambita fonte di calore. Tutte chiedono, tutte vorrebbero di più per i propri figli e per sè.Bimbe fuori dalla "tenda delle vedove" al campo profughi di Bab-al-Salam (Siria).
Non è diverso il comportamento delle madri che assediano il container che ospita l’ambulatorio del dottor Alì, dal quale distribuiamo scarpe e calzini ai bambini del campo con il progetto “La ragazza delle scarpe” della Onlus Una Mano per un Sorriso – For Children. Solo chi si trova nelle situazioni più critiche ed ha ricevuto il braccialetto colorato ha diritto agli stivaletti di gomma. Ma fuori dal container è una bolgia. A mantenere l’ordine, quattro giovanissimi soldati dell’Esercito Siriano Libero, che riescono a stento a sedare le madri urlanti e combattive, pronte a tutto per mettere al sicuro un bene che potrebbe salvare la vita ai propri figli. Ma non ce n’è per tutti.
Ecco, non è la paura! È l’impotenza. È quella sensazione mista di ansia, di insoddisfazione, di inadeguatezza, di incapacità. È quella piccola grande certezza che, per quanto si faccia, ci sarà sempre molto di più da fare, troppo da fare! È questa sensazione di “non è abbastanza” che mi sono portato addosso per tutto il tempo che ho trascorso in Siria. E che mi sono portato anche a casa. Nella mia casa calda, accogliente e sicura.

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