DIARIO SIRIANO/2 – PER UN PAIO DI SCARPE

Le madri si azzuffano, fuori dal container trasformato in ambulatorio medico, nel campo profughi di Bab-al-Salam. Le madri si azzuffano anche fuori dal container della Kimse Yok Mu, al centro di accoglienza di Kilis. Le madri si azzuffano per assicurare un paio di scarpe ai propri figli.IMG_0174
Con Paola Viola, vicepresidentessa della Onlus di Treviso Una Mano per un Sorriso – For Children, abbiamo distribuito, in 3 giorni, 2mila paia di stivaletti di gomma: circa 1.400 sono andati ai bimbi del campo di Bab-al-Salam, che accoglie ad oggi poco meno di 10mila profughi provenienti dal Nord della Siria. Altri 600 li abbiamo distribuiti, con IMG_0283l’aiuto dell’Associazione Kimse Yok Mu, in territorio turco, a Kilis, città che in due anni ha ricevuto quasi 150mila profughi siriani, triplicando la propria popolazione.
I siriani che noi possiamo aiutare, con i nostri mezzi, con le nostre capacità, con i nostri contatti, sono tra i più fortunati. Loro, almeno, non devono fare i conti tutti i giorni con i barili zeppi di esplosivo che piovono dal cielo, o con i cecchini che giocano al tiro al bersaglio. Ma tutti, che vivano a Bab-al-Salam, o che abbiano trovato riparo a Kilis, sono costretti a combattere quotidianamente per sopravvivere. Con la fame, con le malattie (dovute a condizioni igienico sanitarie più che precarie), con il freddo.
Abbiamo visitato alcune famiglie di profughi, a Kilis. Garages di pochi metri quadrati si sono trasformati nella casa di 15-20 persone. Per terra un grande tappeto, posato sul pavimento in cemento grezzo, e dei materassini. Le pareti di mattoni. Una lampadina, fioca. Al centro della stanza una stufa a carbone, o a petrolio, per chi se la può permettere. In un angolo una fontanella, unica fonte di approvvigionamento d’acqua, e una turca. Quando arriva un pacco alimentare da una delle varie associazioni che si occupano dell’emergenza, è una festa. Diversamente, ci si deve accontentare del pasto caldo che i volontari di Kimse Yok Mu distribuiscono al centro di raccolta: una lunga fila di donne e uomini, muniti di secchiello, che attendono, pazienti, il proprio turno per portare a casa del riso, del pane, delle patate. A Bab-al-Salam arrivano grossi tir, da cui si scaricano sacchi e sacchi di derrate che vengono distribuite tenda per tenda. È tutto, per chi non ha riserve di denaro da profondere, o per chi non è riuscito a trovare un lavoretto (la stragrande maggioranza).IMG_0286
Vivono così, i profughi siriani. E non hanno alternativa, se non quella di combattere per sopravvivere. E quindi, combattere per un paio di scarpe. Già, perché con temperature che si abbassano fin sotto gli zero gradi, mettere i piedi dei propri figli al caldo e all’asciutto può voler dire farli vivere o farli morire. Durante la nostra missione, su Bab-al-Salam splendevano i raggi di un sole rinfrancante, ma solo qualche settimana fa le tende erano ricoperte di neve. Il giorno successivo alla nostra partenza, un forte acquazzone ha trasformato il campo in un lago di fango. Un paio di scarpe fa la differenza. Un paio di scarpe, in Siria, può salvare una vita. E le madri si azzuffano, perché lo sanno bene.
Le madri si azzuffano. Io, al posto loro, farei lo stesso. E quando, girando per il campo di Bab-al-Salam, al termine della consegna, vedo tanti stivaletti colorati scorrazzare spensierati tra le tende, sulla nuda terra, nelle pozze di fango; quando al centro di Kilis vedo un paio di stivaletti blu scendere dallo scivolo, e un altro paio di stivaletti verdi darsi la spinta sull’altalena; solo allora penso che, sì, ne è valsa la pena!

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